A un anno dalla strage di Akihabara, il quartiere dell’elettronica di Tokyo dove un ragazzo di 25 anni ha ucciso a coltellate sette passanti, il settimanale Aera rilette sui disagi della cosiddetta generazione perduta. La definizione è comparsa sui giornali alla fine degli anni novanta e si riferisce ai giovani laureati giapponesi tra i 25 e i 35 anni che faticano a trovare un lavoro e non si sentono realizzati. “Più della metà dei giovani di questa generazione sostiene di non sentirsi soddisfatta del lavoro trovato dopo la laurea. I genitori hanno una grande responsabilità in questa situazione: con il calo delle nascite, hanno concentrato ogni attenzione sui figli unici, rendendoli più insicuri e irresponsabili”, scrive Aera. “Da qualche anno i giovani sono anche più deboli fisicamente, perché invece di giocare all’aperto passano il loro tempo davanti ai videogiochi. Inoltre, rimangono chiusi nelle loro stanze e faticano sempre più ad affrontare una conversazione. E nonostante la diffusione di internet e dei cellulari, provano un forte senso di isolamento. Dato che la società non è capace di offrire soluzioni al loro malessere riversano la rabbia all’esterno, in alcuni casi arrivando a compiere crimini atroci. In fondo, anche il gesto del venticinquenne di Akihabara può essere considerato una forma di suicidio”.

di Alessia Cerantola per Internazionale

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